Una spiaggia silenziosa, il mare calmo e il ricordo di 94 vittime. A tre anni dal naufragio del caicco “Summer Love”, avvenuto al largo di Steccato di Cutro, si è svolta alle 4 del mattino una veglia in memoria delle persone che persero la vita a pochi metri dalla riva.
Tra i presenti anche Muhammad Shariq Shah, 26 anni, pakistano, sopravvissuto alla tragedia. Tornato sulla spiaggia dove riuscì a salvarsi, ha parlato con voce commossa: “Ora sto meglio, ma è difficile dimenticare quello che è accaduto qui. C’erano famiglie, donne, bambini che non ce l’hanno fatta. È stato troppo brutto”.
Rievocando quei momenti, ha ricordato il mare in tempesta e gli attimi concitati prima del naufragio: “Sono salito sul tetto della barca, ho visto due pescatori che ci indicavano la spiaggia con le luci. Poi le onde mi hanno fatto cadere in acqua. Non ricordo come sono arrivato a riva. Due miei amici sono morti”.
Una cerimonia tra preghiera e silenzio
La veglia, promossa dai giornalisti Vincenzo Montalcini e Bruno Palermo, si è svolta in forma semplice, con un momento di raccoglimento e preghiera. Muhammad ha pregato in arabo, seguito da don Matteo Mioni, cappellano del carcere di Reggio Emilia, che ha auspicato che “attraverso solidarietà, condivisione e accoglienza questa possa diventare la generazione della speranza”.
Durante la cerimonia, i partecipanti si sono scambiati un gesto simbolico, spalmando olio di nardo sulle mani come segno di condivisione. Una corona di fiori è stata poi affidata al mare dal superstite insieme ad alcuni familiari delle vittime e al pescatore Vincenzo Luciano, tra i primi a prestare soccorso quella notte.
“La memoria significa impegno”
“Questo è il luogo e l’orario per ricordare i sogni spezzati di 94 e più persone a 80 metri dalla riva”, ha dichiarato Vincenzo Montalcini. “Il dolore deve essere memoria propositiva. Abbiamo pregato un Dio unico in modi diversi per rinnovare la promessa di non dimenticare chi muore in mare cercando futuro e speranza. L’impegno deve essere quello di pretendere verità e giustizia”.
Alla commemorazione hanno partecipato anche familiari arrivati dalla Germania. A nome loro ha parlato Farzaneh Maliki, che nel naufragio ha perso il fratello, la cognata e i tre nipoti.
L’accusa dei familiari: “Non fu un incidente”
Nel suo intervento, Maliki ha rivolto parole dure all’Europa e all’Italia: “Quando si sceglie di non salvare, ciò che accade non è più naturale ma il risultato di una precisa scelta politica. Questo mare è diventato un muro tra indifferenza e responsabilità”.
Ha ricordato che la traversata non era “una vacanza, ma una necessità: fuggire per sopravvivere, avere una chance di vita”. E ha aggiunto: “Nessuna famiglia vorrebbe mai essere costretta ad abbandonare i propri figli nelle onde”.
Parole forti anche sulla gestione dei soccorsi: “Quando l’aiuto arriva in ritardo, a volte non è più aiuto. È solo il conteggio delle vite perdute”.
La conclusione è stata un atto d’accusa: “Non lo chiamiamo un incidente, ma un crimine umano. Quando si può salvare e non si salva, quando si può decidere e non si decide, siamo responsabili. La vita umana non è uno strumento politico. Nessun confine vale più della vita di una persona”.
Tre anni dopo, sulla spiaggia di Steccato di Cutro, il silenzio dell’alba ha accompagnato un ricordo che resta ancora aperto.








